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Alchimia:
L'alchimia è un'antica pratica protoscientifica
che combina elementi di chimica, fisica,
astrologia, arte, semiotica, metallurgia,
medicina, misticismo e religione. Vi sono tre
grandi obiettivi che si propongono gli
alchimisti. Il più importante traguardo
dell'alchimia è la trasmutazione dei metalli in
oro o argento. In secondo luogo, essi tentarono
di creare la panacea universale, un rimedio che
dovrebbe curare tutte le malattie, oltre a saper
generare e prolungare indefinitamente la vita.
La pietra filosofale era la chiave per questi
obiettivi. Questa sostanza di tipo etereo (che
potrebbe essere una polvere, un liquido o una
pietra) avrebbe avuto il potere di rendere
possibili entrambe. Il terzo obiettivo
consisteva nel dare l'onniscienza. Il pensiero
alchemico è considerato da molti il precursore
della chimica moderna prima della formulazione
del metodo scientifico.
L'alchimia, oltre ad essere una disciplina
fisica e chimica, implicava un'esperienza di
crescita ed un processo di liberazione e di
salvezza dell'artefice dell'esperimento. In
quest'ottica la scienza alchemica veniva
sacralizzata e ricondotta ad un tipo di
conoscenza metafisica e filosofica, assumendo
connotati mistici e soteriologici, cosicché i
processi e i simboli alchemici posseggono
sovente un significato interiore relativo allo
sviluppo spirituale in connessione con quello
prettamente materiale della trasformazione
fisica.
Il termine alchimia deriva dall'arabo al-kimiya
o al-khimiya (الكيمياء o الخيمياء), che è
probabilmente composto dall'articolo al- e la
parola greca khymeia (χυμεία) che significa
"fondere", "colare insieme", "saldare",
"allegare", ecc. (da khumatos, "che è stato
colato, un lingotto"). Un'altra etimologia
collega la parola con Al Kemi, che significa
"l'arte egizia", dato che gli antichi Egiziani
chiamavano la loro terra Kemi ed erano
considerati potenti maghi in tutto il mondo
antico. Il vocabolo potrebbe anche derivare da
kim-iya, termine cinese che significa "succo per
fare l'oro".
Per poter capire gli alchimisti, bisogna
considerare come la conversione di una sostanza
in un'altra, che formò la base della metallurgia
fin dal suo apparire verso la fine del
Neolitico, sarebbe dovuta sembrare magica in una
cultura senza alcuna conoscenza formale di
fisica o chimica. Per gli alchimisti non vi era
ragione alcuna di separare la dimensione
materiale da quella simbolica o filosofica. In
quei tempi una fisica priva di una componente
metafisica sarebbe stata parziale ed incompleta
al pari di una metafisica sprovvista di
manifestazione fisica.
La trasmutazione dei metalli di base in oro
simbolizza un tentativo di arrivare alla
perfezione e superare gli ultimi confini
dell'esistenza. Gli alchimisti credevano che
l'intero universo stesse tendendo verso uno
stato di perfezione, e l'oro, per la sua
intrinseca natura di incorruttibilità, era
considerato la più perfetta delle sostanze. Era
anche logico pensare che riuscendo a svelare il
segreto dell'immutabilità dell'oro si sarebbe
ottenuta la chiave per vincere le malattie ed il
decadimento organico; da ciò l'intrecciarsi di
tematiche chimiche, spirituali ed astrologiche
che furono caratteristiche dell'alchimia
medievale.
La scienza dell'alchimia ebbe inoltre una
notevole evoluzione nel tempo, iniziando quasi
come un'appendice metallurgico-medicinale della
religione, maturando in un ricco coacervo di
studi, trasformandosi nel misticismo ed alla
fine fornendo alcune delle fondamentali
conoscenze empiriche nel campo della chimica e
della medicina moderne.
Fino al XVIII secolo, l'alchimia era considerata
una scienza seria in Europa; per esempio, Isaac
Newton impiegò molto più tempo allo studio
dell'alchimia piuttosto che a quello dedicato
all'ottica o alla fisica, per le quali è famoso.
Tuttavia Newton mantenne sempre un notevole
riserbo intorno ai suoi studi alchemici, e non
pubblicò mai opere sull'argomento. Fu
l'economista John Maynard Keynes che nel 1936
rese pubblici dei manoscritti newtoniani
sull'alchimia, dei quali era entrato in possesso
ad un'asta. Altri eminenti alchimisti del mondo
occidentale furono Ruggero Bacone, San Tommaso
d'Aquino, Tycho Brahe, Thomas Browne, ed il
Parmigianino. Il declino dell'alchimia iniziò
nel XVIII secolo con la nascita della chimica
moderna, che fornì una più precisa e reale
struttura per le trasmutazioni della materia, e
la medicina, con un nuovo grande disegno
dell'universo basato sul materialismo razionale.
La storia dell'alchimia è diventata un prolifico
campo per speculazioni accademiche. Via via che
l' ermetico linguaggio degli alchimisti andava
gradatamente decifrato, gli storici hanno
cominciato a trovare connessioni intellettuali
tra quella disciplina ed altre componenti della
storia culturale occidentale, come le società
mistiche, del tipo di quella dei Rosacroce, la
stregoneria e naturalmente l'evoluzione della
scienza e della filosofia.
L'alchimista in cerca della Pietra Filosofale
(1771) di Joseph Wright of Derby (Derby Museum
and Art Gallery, Derby, Regno Unito).L'opus
alchemicum per ottenere la pietra filosofale
avveniva mediante sette procedimenti, divisi in
quattro operazioni, Putrefazione, Calcinazione,
Distillazione e Sublimazione, e tre fasi,
Soluzione, Coagulazione ed Unione.
Attraverso queste operazioni la "materia prima",
mescolata con lo zolfo ed il mercurio e scaldata
nella fornace ("atanor"), si trasformerebbe
gradualmente, passando attraverso vari stadi,
contraddistinti dal colore assunto dalla materia
durante la trasmutazione.
Il numero di queste fasi, variabile da tre a
dodici a seconda degli autori di trattati
alchimistici, è legato al significato magico dei
numeri.
I tre stadi fondamentali sono:
-nigredo o opera al nero, in cui la materia si
dissolve, putrefacendosi;
-albedo o opera al bianco, durante la quale la
sostanza si purifica, sublimandosi;
-rubedo o opera al rosso, che rappresenta lo
stadio finale.
Inoltre, gli alchimisti basavano la loro scienza
su un principio centrale, detto Principio di
Scambio Equivalente: per ottenere una sostanza
di un determinato valore, bisognava sacrificare
una medesima quantità di un'altra sostanza di
medesimo valore. La Pietra Filosofale tanto
agognata dagli alchimisti ha in questo senso
grandissimo valore in quanto permette di
disobbedire a questo principio fondamentale,
senza avere conseguenze.
Si tratta, letteralmente, di <<zolfo e
mercurio>>, cioè, nel linguaggio simbolico
dell'alchimia, di due essenze primordiali visti
nel quadro di un sistema dualistico che ritiene
qualsiasi materia composta da questi due
componenti, vale a dire di un elemento <<in
combustione>> (zolfo) e di uno <<volatile>>
(mercurio), dotati di gradi diversi di purezza e
in un diverso rapporto di mescolanza tra loro.
Da Paracelso (1493-1541) venne poi aggiunto un
terzo elemento, un elemento <<filosofico>>, il
sal (alla lettera: il sale), che doveva
costituire la <<tangibilità>>: quando il legno è
in combustione, la fiamma prende origine dal
sulphur, il mercurius trapassa in evaporazione,
mentre il sal ne è la cenere residua.
La struttura fu abbandonata solo in età moderna,
quando divenne chiaro che il vero e proprio
elemento dello zolfo non si trova nei metalli,
che sono effettivamente allo stato puro.
L'universo alchemico è pervaso di simboli, che,
intrecciandosi in mutue relazioni, permeano le
varie operazioni e gli ingredienti costitutivi
del processo per ottenere la pietra filosofale.
Così per esempio l'oro e l' argento acquisiscono
nell'iconografia alchemica i tratti simbolici
del Sole e della Luna, della luce e delle
tenebre e del principio maschile e femminile,
che si uniscono nella coniunctio oppositorum
della Grande Opera.
Simboli da un libro sull'alchimia del XVII
secolo. I simboli utilizzati hanno una
corrispondenza univoca con quelli utilizzati
nell'astrologia del tempo.Gli elementi cosmici
avevano grande importanza non solo per la loro
influenza sui processi alchemici, ma anche per
il parallelismo che li legava agli elementi
naturali, in base alla credenza che "ciò che sta
in basso è come ciò che sta in alto".
Tradizionalmente, ognuno dei sette corpi celesti
del sistema solare conosciuti dagli antichi era
associato con un determinato metallo
La lista del dominio dei corpi celesti sui
metalli è la seguente:
-Il Sole governa l'Oro
-La Luna è connessa con l'Argento
-Mercurio, Mercurio
-Venere, Rame
-Marte, Ferro
-Giove, Stagno
-Saturno, Piombo
Nelle illustrazioni dei trattati medievali e di
epoca rinascimentale compaiono spesso figure
animali e fantastiche. I tre principali stadi
attraverso i quali la materia si trasformava, la
nigredo, l'albedo e la rubedo erano
rispettivamente simboleggiati dal corvo, dal
cigno e dalla fenice.
Quest'ultima, per la sua capacità di rinascere
dalle proprie ceneri, incarna il principio del
"nulla si crea e nulla si distrugge", tema
centrale della speculazione alchimistica.
Inoltre, era sempre la fenice a deporre l'uovo
cosmico, che a sua volta raffigurava il
contenitore in cui era posta la sostanza da
trasformare.
Anche il serpente ouroboros, che si mangia la
coda, ricorre spesso nelle raffigurazioni delle
opere alchemiche, in quanto simbolo della
ciclicità del tempo e del "tutto in uno".
L'alchimia abbraccia alcune tradizioni
filosofiche che si sono propagate per quattro
millenni e tre continenti, e la loro generale
inclinazione per un linguaggio criptico e
simbolico rende difficile tracciare le loro
mutue influenze e relazioni.
Si possono distinguere almeno due grandi canali,
che sembrano essere in gran parte indipendenti,
almeno nelle tappe più remote: l'alchimia
orientale, attiva in Cina e nella zona della sua
influenza culturale, e l'alchimia occidentale,
il cui centro nei millenni è slittato tra
Egitto, Grecia, Roma, il mondo islamico ed alla
fine l'Europa. L'alchimia cinese fu strettamente
connessa al Taoismo, mentre quella occidentale
sviluppò un proprio sistema filosofico, connesso
solo superficialmente con le maggiori religioni
occidentali. Se queste due tipologie abbiano
avuto una comune origine e fino a che punto si
siano influenzate l'una con l'altra è tuttora
oggetto di questione.
Mentre quella occidentale fu più concentrata
sulla trasmutazione dei metalli, l'alchimia
cinese ebbe una maggiore connessione con la
medicina. La pietra filosofale degli alchimisti
europei può essere comparata con l'elisir
dell'immortalità cercato dagli alchimisti
cinesi. Comunque, da un punto di vista ermetico,
questi due interessi non erano separati e la
pietra dei filosofi era spesso equiparata
all'elisir di lunga vita.
La Cina appare il centro di una tradizione
alchemica molto antica, risalente forse al
IV-III secolo a.C., ma documentata con sicurezza
per la prima volta nel Ts'an T'ung Ch'i, scritto
verso il 142 a.C. da Wei Po-Yang, sotto forma di
commentario all'I-Ching, Libro delle Mutazioni.
In questa opera, classico del Canone taoista,
l'autore afferma che i contenuti del Libro delle
Mutazioni, delle dottrine taoiste e dei
procedimenti alchemici siano variazioni di
un'unica materia sotto il travestimento di nomi
diversi. Egli fonda il processo alchimistico
sulle dottrine dei cinque elementi (acqua,
fuoco, legno, oro e terra) e dei due contrari
(yin e yang): di questi due, il primo è
associato alla luna ed il secondo al sole, e
dalla loro dinamica si originano gli elementi.
Ogni elemento combinato con yang differirebbe da
quello combinato con yin, nel senso che il primo
è attivo e maschile, il secondo passivo e
femminile. Il testo, di non facile
interpretazione, per le sue interferenze con
dottrine cosmologiche e magiche, presenta una
concezione evolutiva dei metalli e il loro
trasferimento su piani non sperimentali, ora
psichici, ora cosmici. Nel IV secolo l'alchimia
ha un nuovo grande maestro in Ko Hung, detto
Pao-p'u-tzu, che aggiunge alle tecniche indicate
alcuni particolari metodi taoisti destinati alla
conquista dell'immortalità. Questo fu l'avvio
per una sempre più stretta connessione con forme
taoiste di medicina tradizionale cinese ed una
ricca fioritura di opere fino al XIII secolo.
Le caratteristiche e la storia della alchimia
Indiana sono poco conosciute in Occidente. Un
alchimista che visse in Persia nell'XI secolo
chiamato al-Biruni ha scritto che gli Indù
avevano una scienza simile all'alchimia, che è
chiamata rasayana (che significa via del succo
(o essenza)), indicando con essa l'uso di una
medicina che allontana la vecchiaia.
Probabilmente in una fase pre-yogica e
pre-tantrica l'immortalità e la felicità
sarebbero state ricercate in una pozione di
origine vegetale e non metallica. Il padre
dell'alchimia indiana è considerato Nagarjuna,
figura semileggendaria, ritenuto l'autore di
alcuni testi alchemici quali il trattato di
magia Kaksaputa Tantra, quello sul mercurio
Rasendramangalam e il Susruta Samhita. Il
migliore esempio di un testo basato su questa
scienza è il Vaishashik Darshana di Kanad
(vissuto intorno al 600), che descrisse una
teoria atomica circa un secolo prima di
Democrito.
Gli alchimisti occidentali generalmente fanno
risalire l'origine della loro arte all'antico
Egitto. Metallurgia e misticismo erano
inesorabilmente legati insieme nel mondo antico,
come la trasformazione dell'oro grezzo in un
metallo scintillante doveva sembrare un atto
governato da regole misteriose.
La città di Alessandria in Egitto fu un centro
di conoscenza alchemica, e conservò la propria
preminenza fino al declino della cultura
egiziana antica. Sfortunatamente non esistono
documenti originali egizi sull'alchimia. Questi
scritti, qualora fossero esistiti, andarono
perduti nell'incendio della Biblioteca di
Alessandria, nel 391. L'alchimia egiziana è per
lo più conosciuta attraverso le opere di antichi
filosofi greci, sopravvissute solamente in
traduzioni islamiche.
La leggenda vuole che il fondatore dell'alchimia
egiziana fu il dio Thot, chiamato Hermes-Thoth o
Hermes il tre volte grande (Ermes Trismegisto)
dai Greci. Secondo la leggenda il dio avrebbe
scritto i quarantadue libri della conoscenza,
che avrebbero coperto tutti i campi dello
scibile, fra cui anche l'alchimia. Il simbolo di
Ermes era il caduceo, che divenne uno dei
principali simboli alchemici. La Tavola di
Smeraldo di Hermes Trismegistus, che è nota
solamente attraverso traduzioni greche ed arabe,
è generalmente considerata la base per la
pratica e la filosofia alchemica occidentale.
Le dottrine alchimistiche della scuola greca
passarono attraverso tre fasi evolutive:
l'alchimia come tecnica, cioè l'arte prechimica
degli artigiani egizi, l'alchimia come filosofia
ed infine quella religiosa. I Greci si
appropriarono delle dottrine ermetiche degli
Egiziani, mescolandole, nell'ambiente
sincretistico della cultura alessandrina, con le
filosofie del Pitagorismo e della scuola ionica
e successivamente dello Gnosticismo. La
filosofia pitagorica consiste essenzialmente
nella credenza che i numeri governino l'universo
e che siano l'essenza di tutte le cose, dal
suono alle forme.
L'alchimiaIl pensiero della scuola ionica era
basato sulla ricerca di un principio unico e
originario per tutti i fenomeni naturali; questa
filosofia, i cui esponenti principali furono
Talete ed Anassimandro, fu poi sviluppata da
Platone ed Aristotele, le cui opere finirono per
diventare parte integrante dell'alchimia. Si
delinea, come base della nuova scienza, la
nozione di una materia prima che forma
l'universo, e che può essere spiegata solamente
attraverso attente esplorazioni filosofiche. Un
concetto molto importante, introdotto in quel
tempo da Empedocle, è che tutte le cose
nell'universo erano formate solamente da quattro
elementi: terra, aria, acqua e fuoco. A questi
elementi Aristotele aggiunge l'etere, la materia
di cui sono formati i cieli e che viene
denominata quintessenza. La terza fase si
differenzia dalla precedente di speculazione
filosofica per le caratteristiche di una
religione esoterica, per l'abbondanza di rituali
misterici e per il linguaggio. Nei primi secoli
dell'età imperiale, in età ellenistica, si
sviluppò una letteratura di carattere
filosofico-soteriologico-religiosa, di vario
carattere, accomunata dalla pretesa rivelazione
da parte del dio Thot-Ermete, da cui il nome di
letteratura ermetica. Il supporto dottrinale di
questa letteratura è una forma di metafisica che
si rifà al Neoplatonismo ed al Neopitagorismo.
Nel II secolo sarebbero stati scritti anche gli
Oracoli caldaici, dei quali sono pervenuti solo
frammenti, che presentano molte analogie con gli
scritti ermetici. In questo momento storico,
quindi, si sarebbe operata una fusione tra il
patrimonio filosofico greco e la gnosi ermetica,
nella quale la grande opera assume connotati di
tecnica tesa alla realizzazione in senso
interiore e cosmico.
La distruzione del Serapeo e della Biblioteca di
Alessandria segnò la fine del centro culturale
greco, spostando il processo dello sviluppo
alchemico verso il Vicino Oriente. L'alchimia
islamica è molto meglio conosciuta perché meglio
documentata e molti dei testi antichi giunti
sino a noi si sono preservati come traduzioni
islamiche.
Alchimisti islamici come al-Razī (in latino
Rasis o Rhazes) diedero un contributo
fondamentale alle scoperte chimiche, come la
tecnica della distillazione, e ai loro
esperimenti si devono l'acido muriatico, l'acido
solforico e l'acido nitrico, oltre alla soda
(al-natrun) e potassio (al-qali), da cui
derivano i nomi internazionali di sodio e
potassio, Natrium e Kalium. L'apporto di
nomenclatura alchimistica a tutta la posteriore
cultura occidentale è di origine araba: termini
arabi sono infatti alchimia, atanor (fornace),
azoth (forma corrotta da al-zawq, 'mercurio'),
alcool (da al-kohl, 'antimonio'), elisir (da
al-iksīr, "pietra" filosofale) e alambicco. La
scoperta che l'acqua regia, un composto di acido
nitrico e muriatico, potesse dissolvere il
metallo nobile - l'oro - accese l'immaginazione
degli alchimisti per il millennio a venire.
I filosofi islamici diedero anche grandi
contributi all'ermetismo alchemico. Al riguardo
la più grande e influente figura è probabilmente
Jabir ibn Hayyan (in arabo جابر إبن حيان, il
Geber o Geberus dei Latini). Questo importante
alchimista, nato agli inizi dell'VIII secolo, fu
il primo, a quanto sembra, ad aver analizzato
gli elementi secondo le quattro qualità base di
caldo, freddo, secco e umido. Jābir ipotizzò
che, siccome in ogni metallo due di queste
qualità erano interne e due esterne, mescolando
le qualità di un metallo, si sarebbe ottenuto un
altro metallo. La grande serie di scritti che
gli vengono attribuiti esercitò una enorme
influenza sulle correnti alchimistiche europee.
L'Occidente riprende contatto con la tradizione
alchimistica greca attraverso gli Arabi.
L'incontro tra la cultura alchimistica araba ed
il mondo latino avviene per la prima volta in
Spagna, probabilmente ad opera di Gerberto di
Aurillac, che più tardi divenne Papa Silvestro
II, (morto nel 1003). Nel XII secolo va
ricordata la figura del più importante dei
traduttori di opere arabe, Gerardo da Cremona,
che interpretò Averroè, tradusse l'Almagesto, e
forse alcune opere di Razes e Geberus.
Il rientro vero e proprio dell'alchimia in
Europa viene in genere fatto risalire al 1144,
quando Roberto di Chester tradusse dall'arabo il
Liber de compositione alchimiae, un libro dai
forti connotati iniziatici, mistici e esoterici,
nel quale un saggio, Morieno, erede del sapere
di Ermete Trismegisto, insegna al Re Calid.
Il materiale alchimistico dei testi arabi verrà
rielaborato durante tutto il XIII secolo.
Alberto Magno (1193-1280) affronta la tematica
alchemica nel De mirabilibus mundi e nel Liber
de Alchemia di incerta attribuzione. A Tommaso
d'Aquino (1225-1274) vengono attribuiti alcuni
opuscoli alchemici, nei quali è dichiarata la
possibilità della produzione dell'oro e
dell'argento.
Il primo vero alchimista dell'Europa medievale
deve essere considerato Roger Bacon (1241-1294)
un Francescano che esplorò i campi dell'ottica e
della linguistica oltre agli studi alchemici. Le
sue opere, il Breve Breviarium, il Tractatus
trium verborum e lo Speculum Alchimiae, oltre ai
numerosi pseudo-epigrafi a lui attribuiti,
furono utilizzate dagli alchimisti dal XV al XIX
secolo.
Alla fine del XIII secolo l'alchimia si sviluppò
in un sistema strutturato di credenze, grazie
anche all'opera di Arnaldo da Villanova (ca.
1240-ca. 1312), con il suo Rosarium
Philosophorum, e soprattutto con Raimondo Lullo
(1235-1315), che divenne presto una leggenda per
la sua presunta abilità alchemica.
Nel XIV secolo l'alchimia ebbe una flessione a
causa dell'editto di Papa Giovanni XXII, che
vietava la pratica alchemica, fatto che
scoraggiò gli alchimisti appartenenti alla
Chiesa dal continuare gli esperimenti.
Misteriosi simboli alchemici incisi sulla tomba
di Nicholas Flamel a ParigiL'alchimia fu
comunque tenuta viva da uomini come Nicholas
Flamel, il quale è degno di nota solamente
perché fu uno dei pochi alchimisti a scrivere in
questi tempi travagliati. Flamel visse dal 1330
al 1419 e sarebbe servito da archetipo per la
fase successiva della pratica alchemica. Il suo
unico interesse per l'alchimia ruotava intorno
alla ricerca della pietra filosofale; in anni di
paziente lavoro riuscì a tradurre il mitico
Libro di Abramo l'ebreo, che avrebbe acquistato
nel 1357, e che gli avrebbe rivelato i segreti
per la costruzione della pietra dei filosofi.
Nell'alto Medioevo gli alchimisti si
concentrarono nella ricerca dell'elisir della
giovinezza e della pietra filosofale, credendo
che fossero entità separate. In quel periodo
molti di loro interpretavano la purificazione
dell'anima in connessione con la trasmutazione
del piombo in oro (nella quale credevano che il
mercurio giocasse un ruolo cruciale). Questi
individui erano visti come maghi e incantatori
da molti, e furono spesso perseguitati per le
loro pratiche.
The Alchemist di Sir William Fettes Douglas, XIX
secoloNel contesto delle idee del Cinquecento è
impossibile delimitare una disciplina
scientifica dall'altra, come anche tracciare
molte linee di separazione tra il complesso
delle scienze da un lato e la riflessione
speculativa e magico-astrologica dall'altro. In
questo periodo magia e medicina, alchimia e
scienze naturali e addirittura astrologia e
astronomia operano in una sorta di simbiosi,
legate le une alle altre in modo spesso
inestricabile.
Agli inizi del XVI secolo uno dei maggiori
interpreti di questo coacervo di discipline
scientifiche fu il medico, astrologo, filosofo e
alchimista Heinrich Cornelius Agrippa von
Nettesheim, 1486-1535. Costui credeva di essere
un mago e di essere capace di evocare gli
spiriti. La sua influenza fu di modesta entità,
ma come Flamel, produsse opere, fra le quali il
De occulta philosophia, alle quali fecero
riferimento tutti gli alchimisti posteriori.
Ancora come Flamel fece molto per cambiare
l'alchimia da una filosofia mistica ad una magia
occultista. Inoltre mantenne vive le filosofie
degli antichi alchimisti, che includevano
scienza sperimentale, numerologia, ecc.,
aggiungendovi la teoria magica, che rinforzava
l'idea di alchimia come credenza occultista.
Il nome più importante di questo periodo è,
senza dubbio, Paracelso, (Theophrastus Bombastus
von Hohenheim, 1493-1541), il quale diede una
nuova forma all'alchimia, spazzando via un certo
occultismo che si era accumulato negli anni e
promuovendo l'utilizzo di osservazioni empiriche
ed esperimenti tesi a comprendere il corpo
umano. Rigettò le tradizioni gnostiche e le
teorie magiche, pur mantenendo molto delle
filosofie ermetiche, neoplatoniche e
pitagoriche.
Per Paracelso l'alchimia era la scienza della
trasformazione dei metalli reperibili in natura
per produrre composti utili per l'umanità. La
iatrochimica di Paracelso era basata sulla
teoria che il corpo umano fosse un sistema
chimico nel quale giocano un ruolo fondamentale
i due tradizionali principi degli alchimisti, e
cioè lo zolfo ed il mercurio, ai quali lo
scienziato ne aggiunse un terzo: il sale.
Paracelso era convinto che l'origine delle
malattie fosse da ricercare nello squilibrio di
questi principi chimici e non dalla disarmonia
degli umori, come pensavano i galenici. Quindi,
secondo lui, la salute poteva essere ristabilita
utilizzando rimedi di natura minerale e non di
natura organica.
Anche molti artisti, come per esempio il
Parmigianino, e persino e personalità politiche
del periodo si interessarono all'alchimia. Tra
questi: Caterina Sforza e suo nipote Cosimo I
de' Medici, che nel suo Studiolo di Palazzo
Vecchio fece dipingere allegorie alchimistiche
da Giovanni Stradano.
Alchemik Michał Sędziwój, olio su tavola di Jan
Matejko, 73 x 130 cm, Museo delle Arti di LodzIn
Inghilterra, l'alchimia nel XVI secolo è spesso
associata al dottor John Dee (1527-1608), meglio
conosciuto per il suo ruolo di astrologo,
crittografo ed in generale "consulente
scientifico" della regina Elisabetta I
d'Inghilterra. Dee si interessò anche di
alchimia tanto da scrivere un libro
sull'argomento (Monas Hieroglyphica, 1564)
influenzato dalla Cabala.
Il declino dell'alchimia in Occidente fu causato
dalla nascita della scienza moderna con i suoi
richiami a rigorose sperimentazioni
scientifiche.
Nel XVII secolo Robert Boyle (1627-1691) diede
l'avvio al metodo scientifico nelle
investigazioni chimiche, alla base di un nuovo
approccio alla comprensione della trasformazione
della materia, che di fatto rivelò la futilità
delle ricerche alchemiche della pietra
filosofale.
Anche gli enormi passi avanti compiuti dalla
medicina nel periodo seguente la iatrochimica di
Paracelso, supportati dagli sviluppi paralleli
della chimica organica, diedero un duro colpo
alle speranze dell'alchimia di reperire elisir
miracolosi, mostrando l'inefficacia se non la
tossicità dei suoi rimedi.
Ridotta ad un arcano sistema filosofico,
scarsamente connesso al mondo materiale, l'Ars
magna subì il fato comune di altre discipline
esoteriche quali l'astrologia e la cabala;
esclusa dagli studi universitari e ostracizzata
dagli scienziati, si cominciò a guardare ad essa
come l'epitome della superstizione. A livello
popolare, tuttavia, l'alchimista era ancora
visto come il depositario di saperi arcani.
Così, facendo leva sulla credulità popolare,
molti imbroglioni si attribuirono il titolo di
guaritore e per dimostrare effettive capacità
produssero manuali manoscritti che imitavano,
nel gergo e nelle illustrazioni, i trattati di
autori famosi. Nacquero in tal modo gli "erbari
dei falsi alchimisti" che solo di recente hanno
iniziato ad essere analizzati in modo attento
dagli studiosi. Dopo aver goduto per più di
duemila anni di un così grande prestigio
intellettuale e materiale, l'alchimia uscì in
tal modo dall'universo del pensiero occidentale,
salvo ricomparire nelle opere di studiosi a
cavallo tra scienza, filosofia ed esoterismo,
quali lo psicanalista Carl Gustav Jung e il
pensatore Julius Evola.
Il simbolismo alchemico è stato occasionalmente
utilizzato nel XX secolo dagli psicanalisti, il
primo dei quali, Carl Jung, ha riesaminato la
teoria ed il simbolismo alchemico ed ha iniziato
a mettere in luce il significato intrinseco del
lavoro alchemico come ricerca spirituale.
L'esposizione junghiana della teoria dei
rapporti intercorrenti tra alchimia ed inconscio
si trova nelle opere Psicologia e alchimia
(1944), Saggi sull'alchimia (1948) e Mysterium
Coniunctionis (1956).
La tesi dello psicanalista svizzero consiste
nell'identificazione delle analogie esistenti
tra i processi alchemici e quelli legati alla
sfera dell'immaginazione ed in particolare a
quella onirica.
Secondo Jung, le fasi attraverso le quali
avverrebbe l'opus alchemicum avrebbero una
corrispondenza nel processo di individuazione,
inteso come consapevolezza della propria
individualità e scoperta dell'io interiore.
Mentre l'alchimia non sarebbe altro che la
proiezione nel mondo materiale degli archetipi
dell'inconscio collettivo, il procedimento per
ottenere la pietra filosofale rappresenterebbe
l'itinerario psichico che conduce alla coscienza
di sé ed alla liberazione dell'io dai conflitti
interiori.
Molti autori hanno bersagliato gli alchimisti
con critiche ed attacchi satirici. Il più famoso
di questi è la commedia The Alchimist di Ben
Johnson.
Nella seconda parte del Faust, Johann Wolfgang
von Goethe descrive il servitore di Faust,
Wagner, che utilizza procedimenti alchemici per
creare un homunculus.
Marguerite Yourcenar, nel suo romanzo L'opera al
nero (1968), racconta la storia della vita
dell'alchimista Zenone. Dal libro è stato tratto
nel 1987 l'omonimo film, diretto da André
Delvaux e interpretato da Gian Maria Volontè.
Nel romanzo Cent'anni di solitudine di Gabriel
García Márquez è presente un alchimista chiamato
Melquíades.
Le vie ed i metodi dell'alchimia sono essenziali
nel romanzo L'alchimista di Paulo Coelho.
L'alchimia è uno dei temi presenti nel romanzo
Il pendolo di Foucault di Umberto Eco, in
particolare in relazione con l'esoterismo.
Nel romanzo per ragazzi Harry Potter e la pietra
filosofale di J. K. Rowling, questa pietra
poteva mutare ogni metallo in oro puro e creare
un "Elisir di lunga vita" che permetteva al
bevitore di vivere per sempre. Nel romanzo vi è
inoltre un breve accenno a Nicholas Flamel.
In un altro romanzo per ragazzi (La bambina
della Sesta Luna), la protagonista, Nina de
Nobili è un'alchimista bambina.
L'alchimia e la pietra filosofale sono un tema
centrale dell'anime Fullmetal Alchemist di
Hiromu Arakawa